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Camera dei Giganti

La Camera dei Giganti è l’ambiente più famoso e stupefacente di Palazzo Te. Costituisce un vero e proprio unicum nella storia dell’arte moderna, poiché Giulio Romano vi propone una sperimentazione pittorica originale e ineguagliata per secoli.

L’ambiente è concepito come un insieme spaziale continuo, ove l’invenzione pittorica interagisce con la realtà e lo spettatore si sente catapultato nel mito.

I limiti architettonici sono dissimulati dalla pittura, che si stende senza soluzione di continuità su pareti e volta e, in origine, coinvolgeva anche il pavimento. Vasari infatti ci informa che questo era formato da ciottoli di fiume che proseguivano, dipinti, alla base delle pareti.

La vicenda che viene messa in scena è quella della Caduta dei Giganti, tratta dalle Metamorfosi di Ovidio. Abitanti della terra scellerati e presentuosi, i Giganti volevano sostituirsi agli dei. Per fare ciò tentarono di conquistare il monte Olimpo accostando tra di loro i monti Pelio e Ossa e iniziarono a scalarli. Giulio Romano fissa il racconto al concitato momento seguito alla reazione di Giove, che punisce i Giganti scatenando contro di loro la furia degli elementi e colpendoli con i fulmini infallibili, aiutato da Giunone. Lo spettatore è trasportato nel mezzo di questa scena, con la schiera numerosa degli dei dell’Olimpo, Giove alla testa, su nel cielo e la rovinosa e violenta caduta dei Giganti qui sulla terra. Il cielo è descritto con un magnifico sfondato prospettico al cui centro si trova un tempio circolare visto da sott’in su e il trono di Giove presieduto dall’aquila. A dividere il cielo dalla terra stanno ai quattro angoli del globo, o meglio della camera, i venti che soffiano tra le nubi. Più in basso crollano montagne, palazzi e templi sotto le cui rovine giacciono in pose scomposte i Giganti. Come detto, la decorazione si svolge in modo continuo e unitario, ma ciascuna parete ha una propria ambientazione. Sul lato orientale trovava spazio un camino, ora tamponato. L’invenzione giuliesca sfruttava anche questo suggestivo elemento architettonico, poiché il fuoco sprigionato dal camino proseguiva, nella finzione pittorica, nelle fiamme che escono dalla bocca del gigante Tifeo, qui dipinto sepolto sotto le rocce delle Sicilia: è lui la causa delle eruzioni dell’Etna. Le pareti sud, ovest e nord giocano sulla presenza in primissimo piano delle mastodontiche figure dei giganti, delle rocce e delle architetture che rovinano al suolo, ma aprono a scenari lontani, spazi aperti dove è possibile verificare l’orrore e il disastro provocato dalla reazione delle divinità davanti alla presunzione dei Giganti.

La rappresentazione è da interpretare in chiave politica, come sommo omaggio alla potenza dell’imperatore Carlo V, ed etica, quale esempio di superbia punita e monito per gli stessi sovrani. I documenti attestano che la maggior parte delle figurazioni è realizzata, tra il 1532 e il 1534, da Rinaldo Mantovano, aiutato sui paesaggi e sugli elementi architettonici da Luca da Faenza e Fermo Ghisoni. Da notare come tutt’intorno, ad altezza uomo, corrano lungo la camera scritte graffite, non eliminate nel corso dei restauri negli anni ottanta perché considerate documento storico: le prime iscrizioni risalgono addirittura al XVI secolo. Interessante notare come la particolarità e l’eccezionalità della sala abbia nei secoli destato le più svariate reazioni, dall’ammirazione totale mostrata dal Vasari alla repulsione per tanto orrore e violenza descritta da Charles Dickens.

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