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Camera di Amore e Psiche

Si tratta dell’ambiente più sontuoso del palazzo, destinato ad accogliere solamente gli ospiti più illustri per banchetti e cene.

La camera prende il nome dalla storia di Amore e Psiche, dipinta sulla volta e nelle lunette.

I ventidue passi illustrati da Giulio Romano a Palazzo Te sono tratti dalle Metamorfosi di Apuleio, scrittore latino del II secolo d. C.

Il tema centrale dell’intera decorazione è Amore: divinità “mostruosa”, il più potente tra tutti gli dei, temuto dallo stesso Giove, al quale nessuno può sottrarsi.

Sulle pareti sono dipinte altre favole mitologiche, che narrano di amori contrastati, clandestini, tragici, non corrisposti. Numerose le relazioni tra gli dei e gli uomini (Venere e Adone, Bacco e Arianna, Giove e Olimpiade), ma si narrano anche le passioni fra divinità (Marte e Venere, Aci e Galatea) come anche quelle tra uomini e animali (Pasifae e il toro).

Le pareti sud e ovest coinvolgono il visitatore nei preparativi di un sontuoso banchetto al quale partecipano gli dei. Protagonisti dell’evento Amore e Psiche, sdraiati sul klìne e tra loro la figlia, Voluttà. Si tratterebbe del banchetto che si svolge sull’isola di Venere, così come descritto nel testo umanistico dell’ Hypnerotomachia Poliphili, idealmente paragonata paragonata all’isola del Te.

Pur non essendoci una stretta connessione logica tra tutti gli episodi, pare degna di rilievo l’interpretazione che vede una relazione tra i temi trattati nella decorazione pittorica e la vicenda personale del committente. Sembra esserci un parallelo tra la passione di Amore per Psiche, contrastata dalla madre del dio, e quella nutrita da Federico per Isabella Boschetti, avversato dalla madre del Gonzaga, Isabella D’Este. Così anche nell’amore di Giove per Olimpiade che, come la Boschetti, era sposata.

La sontuosità della decorazione non si manifesta solamente nella varietà dei temi trattati, ma anche nelle tecniche adottate. Le pareti, dipinte ad affresco, presentano rifiniture a tempera e incorniciature a stucco; la volta è realizzata con una struttura in legno, rivestita da un sottile strato di intonaco e decorata con pittura a olio di grande lucentezza e intensità cromatica. Sulla volta sono stucchi dorati più elaborati incorniciano le diverse scene.

Nella sala è possibile leggere la maturità artistica di Giulio Romano, il suo controllo assiduo sulla realizzazione dell’opera, gli interventi diretti e l’indipendenza stilistica rispetto alla scuola romana di Raffaello.

Giulio manifesta un linguaggio innovatore nelle pose artificiose, nelle inquadratre vertiginose, nello sconcertante realismo di alcuni dettagli e nella rappresentazione della sensualità, così come anche nel gioco delle luci sulla volta, dove si associano colori crepuscolari ed effetti di controluce.

Il percorso cerimoniale prevedeva, come accade oggi nel percorso di visita, l’ingresso dalla Sala dei Cavalli. Sulla fascia dorata posta sotto le lunette corre un’iscrizione in caratteri romani che spiega la funzione del palazzo: “FEDERICVS GONZAGA II MAR<chio> V S<anctae> R<omanae> E<cclesiae> et REIP<ublicae> FLOR<entinae> CAPITANEVS GENERALIS HONESTO OCIO POST LABORES AD REPARANDAM VIRT<utem> QVIETI CONSTRVI MANDAVIT” ovvero “Federico II Gonzaga quinto marchese di Mantova capitano generale della Santa Romana Chiesa e della Repubblica Fiorentina ordinò di costruire per l’onesto ozio dopo le fatiche per ritemprare le forze nella quiete”.

La decorazione della camera è realizzata tra il 1526 e il 1528; le fonti registrano interventi diretti di Giulio Romano, coadiuvato da Gianfrancesco Penni, Girolamo da Treviso, Rinaldo Mantovano, Benedetto Pagni, Fermo Ghisoni.

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