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Riflessioni sulla scultura egizia

Fra i reperti della collezione Acerbi c’è una testa frammentaria di sovrano che indossa il kheperesh, o “corona azzurra”. Questo esempio di scultura testimonia la squisita sensibilità di Acerbi che seppe inserire nella sua collezione accanto ai tipici materiali “curiosi” da raccolta egizia “antiquaria” un pezzo d’arte sapendolo riconoscere a dispetto della sua frammentarietà.
La testa è realizzata in un granito grigio, la pietra sacra agli dei per eccellenza, una roccia ignea intrusiva che per la sua compattezza ed elevata resistenza meccanica all’usura è adatto ad architettura e scultura da esterno.
Eppure su una pietra tanto difficile  il disegno dell’occhio determina con morbida precisione  il limite dei piani e sorprende la definizione plastica dello zigomo, il raccordo dei piani fa defluire gradatamente la luce che dona al frammento la bellezza di un intero volto che sulla base di confronti tipologici possiamo immaginare sorridente.
Per la scultura a tutto tondo gli antichi egizi utilizzavano un sistema di riporto sulle 5 parti esposte del blocco, per le proporzioni si seguivano le regole della quadratura per cui l’intera figura stante si divideva in 18, assisa 14, file di quadrati di cui 2 erano occupate dalla testa: dalla fronte alla base del collo.
Gli strumenti con cui gli egizi sapevano trarre dalla pietra architetture e sculture immortali erano limitati, ma d’altro canto erano più o meno gli stessi in uso al tempo del Canova, solo oggi si  può contare su macchine che hanno sviluppato il metodo di scultura indiretta, che introdotto con l’impiego di una gabbia e semplici fili a piombo in età romana, oggi si avvale di puntatori laser e frese collegate tramite sistemi computerizzati che possono riprodurre nella pietra qualsiasi modellato in terracotta, cera o altro.
Tutta questa tecnica ha fatto forse regredire la capacità artigianale a tal punto che davanti alle grandi opere del passato ottenute col metodo diretto, liberando semplicemente la forma dalla materia superflua, si resta increduli. Tale metodo è d’altro canto ben documentato da esempi di scultura incompiuta come una celebre serie di statue di Micerino. Gli antichi egizi sapevano scegliere le pietre, sapevano che lavorandole sul posto appena estratte, prima che l’acqua di cava fosse salita alla superficie indurendola, erano più facili da lavorare, sapevano percuoterle con la giusta inclinazione dei loro scalpelli, subbie e gradine di pietra, rame e bronzo  e utilizzavano grossi e rotondi mazzuoli di legno con manici corti, come ancora oggi si fa, per assorbire vibrazioni che potevano far distaccare schegge indesiderate e per ridurre la gravità degli incidenti sul lavoro. Curiosa una rappresentazione nella tomba di Ipy a Deir el Medina che mostra  un mazzuolo caduto su un piede di artigiano, un intervento di cura di un occhio per una scheggia e un intervento di riduzione per la lussazione di  una spalla. Infine grandissima era la loro maestria nella fase della levigatura con sabbie abrasive servendosi di  grande perizia e tempo. La conoscenza di un mondo naturale a lungo osservato, la grande manualità e il tanto tempo sono forse le cose che difettano all’uomo moderno. Inoltre non dobbiamo dimenticare che la scelta di materiali di difficile reperimento e di difficile lavorazione sottolineavano il valore sacro-magico da loro attribuito alle statue dichiarandone la lontananza dal resto dell’umanità. Per altre considerazioni sulla statuaria e su questo frammento in particolare vi invitiamo a visitare Palazzo Te  e alla lettura del suo recente apparato didascalico.


Massimiliana Pozzi